Futura Memoria

A inizio settembre sono stata contattata da Beit Venezia per progettare dei laboratori artistici con dei ragazzi per il Giorno della Memoria di quest’anno.

I tempi sarebbero stati stretti, le incognite sulla logistica, a causa della pandemia, molte: la possibilità di fare questi laboratori in presenza si faceva sempre più incerta, e mi sono chiesta se fosse oppurtuno incontrare alcuni dei pochi testimoni ancora vivi, mettendoli a rischio.
A questo si aggiungeva per me la responsabilità di affrontare un argomento immenso e delicato, lavorando sulle storie di una comunità a cui non appartengo e con la consapevolezza del rischio costante di essere superficiale nella migliore delle ipotesi o di dire inavvertitamente delle enormi baggianate nella peggiore.
La mia soluzione in questi casi è sempre su due fronti:
1. Affrontare il lavoro sapendo di avere un’autorevolezza limitata e quindi cercare di trovare un’angolazione da poter affrontare con onestà. La responsabilità di raccogliere storie che non ci appartengono personalmente è un problema condiviso e sempre più pressante: la mia generazione ha nelle orecchie i racconti dei nonni, ma la prossima? Cosa succederà quando non ci sarà più nessuno a correggere chi minimizza e smussa, quando le parole e i silenzi non saranno accompagnati dalla rottura della voce, da uno sguardo carico? Come si riceve una storia, e come la si tramanda?
2. Circondarmi di persone migliori di me che potessero scoppinarmi fortissimo se fossi andata troppo fuori strada e fornirmi il supporto della loro esperienza per colmare le mie lacune.
La prima persona che ho contattato (e senza cui non credo avrei portato avanti il progetto) è Sara Zampieri. Al di là della sua conoscenza dell’argomento che supera la mia di diversi ordini di grandezza, ha la capacità di vedere le crepe di un’idea quando sono ancora minime e contemporaneamente di costruire puntelli o riarrangiare elementi in modo tale da evitare crolli che non siano necessari.
Grazie a Shaul Bassi sono entrata in contatto con Fabio Pittarello, che sta facendo un’interessante lavoro sulle pietre d’inciampo in realtà aumentata, e con Marina Scarpa, presidentessa dell’ Associazione Figli della Shoah che mi ha affidato un sacco di materiale, su cui ho costruito l’impalcatura del mio lavoro. Parlare con lei è stato anche essenziale per capire come muovermi nel presentare queste testimonianze a un pubblico così giovane, cosa non banale. Grazie a Giorgio Spiller e al suo libro ho potuto vedere le stesse storie attraverso gli occhi dell’altopiano di Asiago e stratificare il racconto. Quasi per caso, Roberto Casarotto mi ha messo in contatto con Bruna Scarpa e questo tassello è stato essenziale per capire quale fosse l’anima di questo progetto.

Gli ebrei che sono stati perseguiti, deportati, uccisi, non erano una vicenda separata, chiusa in se stessa: erano vicini di casa, compagni di classe, amici. Ricordare le loro storie significa ricordare le nostre.
Abbiamo quindi deciso di scegliere tre storie avvenute qui in Veneto e in qualche modo intrecciate tra loro: quella dei Fratelli Neerman, ebrei veneziani che si sono rifugiati in una malga nell’altopiano di Asiago, quella di Bruna Scarpa, che viveva di fronte al ghetto di Venezia e ha nascosto in casa un amico ebreo durante la guerra e quella di Bartolomeo Meloni, ferroviere Veneziano che sabotando i treni che trasportavano gli ebrei ha salvato innumerevoli vite, pagando alla fine con la propria. (una nota a parte: il marito di Olga era capoufficio in stazione ed è abbastanza probabile che conoscesse Bartolomeo, che si siano parlati. Sono così tanti gli intrecci che avrei voluto approfondire!) Il non poter lavorare in presenza si è rivelato forse la cosa più interessante di questo progetto: ho contattato una decina di famiglie chiedendo loro di fare da ponte, di raccontare queste storie ai bambini e poi di raccogliere le loro restituzioni, lasciandoli liberi di scegliere le modalità che preferivano. Hanno potuto decidere come affrontare l’argomento, con che tempi, e i bambini non hanno dovuto avere a che fare con un’estranea che chiedeva di poter ravanare nei loro pensieri: hanno potuto fare domande senza timore di non essere adeguati, hanno potuto scegliere forme espressive meno tradizionali senza preoccuparsi del confronto con gli altri bambini. Molti genitori mi hanno raccontato di come questa conversazione sia proseguita nei giorni successivi, o al telefono con i nonni. Alcuni bambini hanno raccontato la storia di Olga ai compagni di classe e chiesto informazioni su di lei, su dove sia adesso.

Sono state intavolate conversazioni su cosa significhi essere una persona giusta, su come si possa riconoscere. Su cosa fare quando l’ingiustizia diventa una regola, su quando sono persone a cui vogliamo bene a essere ingiuste e sulla necessità, per citare le parole di Tommaso, di “fare una rivolta” se non c’è altro modo.Stiamo completando anche la versione stampata di questo lavoro (e se siete una delle famiglie che hanno partecipato a questo progetto: OVVIAMENTE c’è una copia per voi), che verrà messa a disposizione in pdf e per cui devo ringraziare Nicola e Sara di Pholpo, che hanno fatto uno splendido lavoro.Ma nel frattempo, vi affido le storie di Olga, di Bruna, di Bartolomeo e vi invito ad esplorare cosa sono diventate nelle mani e negli occhi di questi bambini meravigliosi.
E se avete dei bambini e volete partecipare anche voi: sentitevi liberi di farlo! Non considero questo progetto finito o chiuso, ma solo un seme piantato.

Il progetto Futura Memoria nasce proprio da questo interrogarsi sul come trasmettere la memoria riguardante la Shoah, e cerca di rispondere alle domande: cosa significa trasmettere un ricordo? Cosa significa costruire la memoria di un avvenimento? Cosa bisogna fare perché una narrazione si mantenga viva e venga tramandata?

Puoi visualizzare il progetto qui

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