Il progetto

Al di là della storia di questo ricettario, in cui convergono diversi aspetti culturali sociali del periodo, sono molteplici le ragioni che hanno indirizzato la decisione di usare questo oggetto come veicolo per tramandare la storia delle persone che l’hanno posseduto: la prima riguarda il fatto che la generazione successiva a quella della Shoah non è in possesso di molti oggetti appartenuti alle proprie famiglie perché questi sono andati distrutti, perduti, rubati durante i rastrellamenti o abbandonati durante la fuga, e questo libro di ricette restituisce una familiarità, una quotidianità di cui molte famiglie sono state private. Secondariamente, in stretta connessione con questo aspetto appena menzionato, la semplicità di un ricettario ha la capacità di ricordarci che queste vicende non rimandano solo a eventi storici lontani, ma a una normalità – nella quale è possibile riconoscersi – che le persone vivevano prima di essere deportate in un campo di concentramento.

Per fare questo si è deciso, oltre a raccontare la storia della famiglia e quella del libro e di come è arrivato fino a qui, di rendere consultabili le ricette e di invitare quanti vorranno prendere parte al progetto a riprodurle.

 

Il momento di preparazione e condivisione del cibo è da sempre un momento di dialogo e partecipazione, in cui si mettono insieme esperienze e differenze. Assieme ai gusti e ai sapori attraverso il cibo vengono tramandate anche storie e saperi. Alla nostra storia personale si sovrappone quella della collettività. Quando prepariamo una ricetta che ci è stata trasmessa da qualcuno a cui vogliamo bene creiamo uno spazio in cui entrare in comunicazione con loro in modo asincrono, in cui evocare la loro presenza quando ne sentiamo la mancanza. Preparare questo cibo per altre persone ci permette di creare un punto d’ingresso da cui iniziare a raccontare qualcosa della persona da cui abbiamo ricevuto la ricetta.

In questo modo si viene a creare un momento per ripensare alle vicende storiche e umane che si intrecciano intorno al libro, oltre all’occasione per avvicinarsi a quella quotidianità che faceva parte della vita delle persone prima che venissero deportate.

Raccontare e tramandare una storia come quella della famiglia Muggia, così come tutte le storie individuali che ruotano attorno alla Shoah, è un lavoro delicato e che rischia costantemente di incappare nei problemi che emergono quando a una vicenda personale si intreccia con la Storia maiuscola: la tentazione è sempre quella di rendere il particolare universale, di semplificare, di mettere ordine dove in realtà non ce n’è.

È particolarmente difficile quando non sono i protagonisti della vicenda a parlare direttamente, quando non sono più presenti per correggere eventuali imprecisioni, per chiarirsi, per dare un contesto alle informazioni che abbiamo.

L’approccio artistico, rispetto a quello giornalistico o storico, ci permette di incorporare certe ambiguità e certi buchi narrativi in modo organico e di cercare un terreno di incontro tra il passato e il presente. Attraverso l’arte possiamo avvicinarci con delicatezza ma anche con una maggiore libertà ad argomenti che altrimenti verrebbero affrontati in modo molto più rigido e superficiale, per timore di non essere rispettosi. L’arte permette di andare al cuore delle cose mirando altrove, di farsi vulnerabili senza doversi esporre in modo forzato.

Abbiamo quindi deciso di coinvolgere un gruppo di fotografi e foto amatori adulti, che ha partecipato a un laboratorio online della durata di tre mesi. Nel corso di questi mesi, sono state sviluppate una serie di esercitazioni sulla tecnica e sul linguaggio fotografico e alla fine del percorso è stato presentata loro la testimonianza video di Dan Muggia, la storia della famiglia Muggia e le foto del libro di ricette che i Tomasich hanno conservato e poi restituito a Dan.

 

La richiesta ai fotografi è stata quella di scegliere una delle ricette, di cucinarla e di illustrarla attraverso delle foto. È stata lasciata loro libertà di approccio: alcuni si sono concentrati sul processo, altri sugli ingredienti o sul risultato. Lo scopo era semplicemente quello di riportare in vita alcune di queste ricette. Fotografare qualcosa ci costringe a guardarlo con attenzione, a dargli importanza, a scegliere cosa fermare e cosa lasciare andare. Il libro di ricette appartenuto a Maria è una traccia diretta della sua esistenza. La possiamo vedere nella sua grafia inizialmente ordinata e poi sempre più frettolosa o nelle macchie di cibo che sporcano le pagine. Cucinare una delle sue ricette è un modo di creare un ponte con lei, di liberare un tempo e uno spazio per ricordarla, di condividere questo ricordo con le persone con cui prepariamo o mangiamo il cibo e marcare questo momento con la fotografia è una dichiarazione di importanza. Fotografiamo quello che vogliamo ricordare.
Quelle di questo ricettario sono ricette che costringono chi le prepara a riempire in qualche modo i vuoti lasciati dall’autore, che non aveva il bisogno di tramandare queste istruzioni a degli estranei: l’esperienza di chi le prepara è sicuramente diversa da quella di chi le ha scritte, come lo sono gli ingredienti. Le quantità indicate non sono sempre precise, a volte non tutti i passaggi sono descritti, o lo sono frettolosamente, dando per scontato che chi legge sappia a cosa si fa riferimento. La preparazione del cibo diventa quindi uno spazio di incontro tra passato e presente, un processo imperfetto ma consapevole dei propri limiti. La storia della famiglia Muggia, una famiglia che non abbiamo mai incontrato, diventa così anche nostra da condividere con altri.

RICETTE DEL RICORDO

Libro del progetto realizzato da  Sara Lando in collaborazione con Pholpo.
Edito da Damocle Edizioni, introduzione di Marc Epstein & Shaul Bassi.

Come si tramanda una storia che non abbiamo vissuto?

In collaborazione con: Beit Venezia – Casa della cultura ebraica
Parte delle iniziative promosse dalla Regione Veneto per per la conoscenza della Shoà e per il Giorno della Memoria.

Progetti per il giorno della memoria: